Prosa
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Scrittura Creativa
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“Avevo una maestra di Orosei, alle elementari. Si chiamava Rimedia e guidava una Cinquecento rossa smagliante, che quando la incontravi per le vie della città pareva se ne stesse seduta per terra dentro a una grande fragola, come una principessa di altri luoghi e tempi. Portava maglioncini a tinta unita ed era rigorosa, ma aveva le rughe belle delle persone buone. Io me la ricordo, maestra Rimedia, perché lei era amica delle parole“. […]
Da La prima maestra di italiano non si scorda mai
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[…] Inghiottimi. Fino alla fine, fino alle viscere della Terra. Rubami, inghiottimi, fino a che il tuo tocco marino su di me si trasformi in un unico eterno abbraccio di fuoco. Prendimi con te. Tirami via e poi deglutisci, fino alla fine della tua fame, fino a che ogni atomo della mia anima, ogni sospiro dei miei organi, diventino il sale della tua vitalità. Ingeriscimi, divorami, fino a che il tuo tocco marino quieti la mia fame, fino a che la tua forza generatrice e distruttrice sazi la mia inquietudine, fino alla fine del mondo, fino all’inizio di ogni altra esistenza possibile. Prendimi con te, spariscimi nel nulla del cosmo“. […]
Da Ibridazione
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[…] “Appena varcata la soglia di questa magica libreria, io sento. Le orecchie, per così tanto tempo tradite dall’eloquente silenzio delle folle e incancrenite dalla fredda gentilezza delle parole di circostanza, rivivono. Risvegliano il loro ruolo di annunciatrici di scoperte, ricordano la necessità che ogni uomo ha di loro per provare comprensione in ogni strato di pelle. La fronte, per così tanto tempo teatro di ragionamenti scomodi e brutte copie di speranze, si distende. Immediatamente le narici, annerite dai fumi di uno smog culturale, ritrovano il fresco profumo della libertà. E le mani, sporcate del viscido compromesso con una società corrotta, recuperano il diritto alla solitudine, all’unicità, all’esilio dello spirito che rigenera e cura. È in questo luogo che io vengo a viaggiare“. […]
Da Habitué
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[…] Vado a reimparare tutto, o quasi. Vado a riscoprire la verità nel mondo. Vado a raccogliere daccapo ogni sogno e ogni speranza, ogni buio e ogni luce, ogni colore e ogni parola, ogni notte e ogni mattino. Vado a conoscere ancora gli occhi e i visi, i sorrisi, i suoni e i sapori che ho dimenticato. Le forme delle cose, le verità delle persone, le storie dei luoghi, del vento, del mare. Vado a conoscere daccapo, vado a riconoscere ciò che ho dimenticato. Vado a camminare sulla terra che ho lasciato, a nuotare nell’acqua che mi ha generato, vado a reimparare il senso del destino e delle piccole cose che ho avuto. Vado a soffiare nel fuoco che mi ha riscaldata, a volare nell’aria che mi ha sollevata, vado a sostenere la bellezza con il soffio del mio respiro sul mondo. […]
Da Daccapo
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“Ah, se solo io potessi infilarti in una griglia, trattenerti su un pezzo di carta, sparpagliarti su una tabella e calcolare la tua composizione! Se solo, all’imbrunire di ogni luna piena, potessi almeno cancellare questa dolorosa distanza! Toccarti di sfuggita, lambire solo un angolo del tuo prezioso respiro, solleticare o rasentare la tua forma bella, se solo, almeno una volta l’anno, potessi avvicinarmi a te, come un satellite innamorato. Pagherei, poi, per tutti i miei peccati, lo giuro“. […]
Da Tabella
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“La luce ai confini del mondo, quella sera, era di un’intensità mai vista. Faceva piroette di un rosso rubino, mostrando e celando, celando e mostrando, ritmicamente, ogni cosa al suo cospetto. Un soffio di vento cosmico sbuffò sul sigaro di un uomo vestito di nero e un poco di cenere cadde, rabbrividendo di bruciore un germoglio d’asfodelo. La Bambina Senza Paura fu l’unica a guardarlo dritto negli occhi e con un sopracciglio sollevato di sfida disse “Io so chi sei” e rise. Il suono del mondo si interruppe e l’eco del silenzio tornò lentamente dalle profondità della terra”. […]
Da Babau
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[…] “Credete che sia vostra! Questa terra dai contorni affilati e slanciati, legata da un incantesimo al più antico degli eroi, alla più straordinaria forza dell’universo, questa terra, ih, che ha la forma dell’impronta di un dio, che è bagnata di linfa marina in tutto il suo perimetro. Credete che sia vostra, ih, del vostro ingegno, della vostra astuzia e avidità. E invece con le vostre macchine tonanti, con i vostri bar e ristoranti, chioschi e chioschetti, circhi e chiesette, la state distruggendo. Con le vostre voci altisonanti, i vostri versi tronfi e potenti, ih! Credete che sia vostra, di poterla afferrare e spostare, sollevare e impossessarvene, darle nomi; disegnarla, persino, su carte di foglia.” […]
Da Gabbiano
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[…] “Bevi alla mia fonte. Bianca, lilla, argento, meteora di luce. Arriva con il tuo impeto di forza al ciglio del mio mare, sorgi sole annientando l’ombra del mio grembo, sollevati monte una volta e poi due, sali e scendi, appuntati cima verso l’alto, sul mio mento di luna. Avvolgimi con le tue grandi braccia di fiamme, riempimi con le tue punte piene. Prendimi, godimi, vincimi. Abbeverati alla mia fonte azzurra, dividi con me il tuo liquido irrazionale, la tua potenza rossa, mescolati macedonia di spumeggiante esuberanza. Crea. Guarda dentro gli occhi della mia notte, appicca il tuo sguardo sul bordo buio delle mie cascate, nuota, esplodi di follia pura, bagnati nel flusso del mio fresco incedere. Avvolgiti, drago, sulla mia coda di sirena“. […]
Da Yang
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“Non si è sardi per sbaglio. Quando si respira il profumo dei ginepri e del sughero, quando si ascolta il potente silenzio emanato da nuraghi e tombe dei giganti, lo si comprende negli angoli più intimi del proprio essere. Non si è sardi per caso, o per mano del destino. Non si è sardi grazie a qualche magico incantesimo di avi millenari, parole segrete pronunciate a lume di candela e note di launeddas, in stanze buie ai confini della Terra. Per sentirsi a casa in luoghi incredibili se non vissuti sulla propria pelle, luoghi alla rovescia, dove il tempo sembra fare piroette su sè stesso e occorre andare piano per non cadere dal bordo del mondo”. […]
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[…] “Ma tu hai scelto lei, ancora avvolta nel velo defunto della tua memoria. Hai scelto la sua solenne dipartita, la sua fine affascinante, la sua bellezza ultima, scomparsa. Hai scelto deliberatamente la morte alla vita. Lei a me. Un’arma letale a una gioia terrestre. L’angoscia funerea al rosso brillante dei miei zigomi caldi. Il suo silenzio di tomba alla mia voce squillante. Ho continuato a correre ingorda e forte dell’amore che mi bruciava dentro. Una corsa immobile, uno slancio paralizzato, sul bordo del rimpianto di qualcosa che non è mai successo. In equilibrio sulla mia follia ho continuato a correre forte, a desiderare violentemente, a sperare bramante, ad aspettare con accanita ostinazione. Ma niente. Il nulla. Se non il suono muto del trapasso, il soffio esanime del tuo testardo dolore. Avido di una vita estinta, finita“. […]
Da Rabbia
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[…] “Prendi tu, agguanta questa schifosa indifferenza che mi semina la pelle, queste invidiose escrescenze che mi segnano il cammino, prendi tu e inghiottisci queste nauseanti scorie di malvagia assenza paterna, deglutisci questi indegni noduli di secchezza materna, prendi tu, acchiappa questo lercio succo di ambiguità mortificante, tutto questo odioso cinismo fetente, succhia e bevi, tutto d’un fiato, questo colloso siero di incoerenza che mi cola sulla coscienza, maleodorante di fiducia malriposta. E’ stato tante vite fa e di nuovo ieri, e ancora oggi“. […]
Da Water
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